Il 4 aprile 1968 una fucilata spezzò la vita del leader dei diritti civili degli afroamericani. Ancora oggi mandanti e assassino sono avvolti nel mistero
Martin Luther King Jr., figura iconica della lotta per l’uguaglianza razziale negli Stati Uniti, fu assassinato a Memphis, in Tennessee, il 4 aprile 1968. L’evento scosse profondamente l’America e il mondo intero. L’attentatore fu identificato in James Earl Ray, un convinto sostenitore della segregazione razziale. Tuttavia, la vicenda che portò alla morte di King è ancora oggi oggetto di dibattito e interrogativi irrisolti. Molti, infatti, non credono alla versione ufficiale di un Ray solitario e animato da puro fanatismo razziale.
La nascita di un leader

Martin Luther KIng
Nato ad Atlanta il 15 gennaio 1929, Martin Luther King cresce in una famiglia di tradizioni religiose: suo padre èun reverendo battista e sua madre un’ex insegnante. Divenuto anche lui pastore, grazie al suo carisma, emerge come una delle voci più promettenti della comunità afroamericana nel Sud. Nel 1955 è tra i principali protagonisti della protesta scatenata da Rosa Parks, che si rifiutò di cedere il proprio posto a un passeggero bianco su un autobus, sfidando le leggi segregazioniste allora in vigore.
“I have a dream”
L’idea di Martin Luther King era di spezzare il sistema di segregazione razziale, fino al pieno riconoscimento del diritto di voto per gli afroamericani, ancora ostacolato da procedure discriminatorie. La sua strategia si basava sui principi della disobbedienza civile non violenta, che prevedeva la pacifica inosservanza delle leggi ritenute ingiuste, accettandone le conseguenze legali. Tattica che portò a numerosi arresti di King e di altri attivisti durante sit-in e manifestazioni pacifiche. Alla storica “marcia per il lavoro e la libertà” su Washington, il 28 agosto 1963, parteciparono 250mila persone. Questo fu il palcoscenico del suo celebre discorso “I have a dream”. L’anno successivo, nel 1964, gli venne riconosciuto il Nobel per la Pace.
La tappa finale: Memphis
L’ultimo incidente mortale causato dalla precarietà del mondo del lavoro afroamericano, lo portò a Memphis. Qui, il 3 aprile, dopo una marcia di protesta conclusa con scontri tra manifestanti e polizia e la tragica morte di un giovane afroamericano, Martin Luther King tenne un discorso che passa alla storia per i suoi toni profetici e quasi testamentari. Il suo volo aveva subito un ritardo a causa di un allarme bomba. L’evento lo aveva profondamente turbato e sembrava aver alimentato in lui un presentimento di morte imminente.
Il discorso premonitore
«Sono stato in cima alla montagna. E non mi importa. Come tutti, vorrei vivere una vita lunga. La longevità ha la sua importanza. Ma non mi interessa ora, voglio fare il volere di Dio. E Lui mi ha permesso di salire in cima alla montagna. E ho guardato giù, e ho visto la terra promessa. Potrei non arrivarci con voi. Ma voglio che sappiate stasera che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. Sono così felice stasera. Non sono preoccupato di niente. Non temo nessun uomo».
L’assassinio di Martin Luther King
King alloggiava al Lorraine Motel, uno dei pochi alberghi di Memphis che non praticavano apertamente la discriminazione razziale. La sera del 4 aprile, si stava preparando insieme al suo staff e ad altri attivisti per recarsi a un evento a sostegno dello sciopero dei netturbini. Alle 18:01 mentre era sul balcone, un colpo di fucile ruppe il silenzio. Il proiettile lo colpì alla guancia, trapassandolo fino alla spalla. Nonostante i tentativi in ospedale, Martin Luther King fu dichiarato morto alle 19:05.
L’onda d’urto: le conseguenze immediate dell’assassinio
La notizia della tragica morte di Martin Luther King si diffuse rapidamente in tutti gli Stati Uniti, scatenando un’ondata di dolore e rabbia. Scoppiarono violente proteste e disordini, che provocarono complessivamente la morte di 35 persone e ingenti danni materiali. Il presidente Lyndon Johnson, che nel 1964 aveva firmato lo storico Civil Rights Act che dichiarava illegali la segregazione e le discriminazioni negli Stati Uniti, proclamò il 7 aprile giorno di lutto nazionale.
Caccia al colpevole
Le indagini sull’omicidio si concentrarono immediatamente sulla ricerca dell’attentatore. La polizia rinvenne subito il fucile utilizzato per l’omicidio e un binocolo, entrambi con delle impronte digitali che lo identificarono come James Earl Ray, un criminale comune evaso da un carcere del Missouri l’anno precedente. Fu arrestato in fuga in Europa e condannato a 99 anni di carcere. Ma tra ritrattazioni e nuove rivelazioni Ray indicò fin da subito in altri gli esecutori del delitto, morendo poi in prigione nel 1998.
L’ombra dell’FBI sulla fine di Martin Luther King
Nel 1999, Coretta Scott King, la vedova di Martin Luther King, da sempre convinta dell’esistenza di un complotto organizzato per uccidere suo marito, intentò una causa civile contro ignoti. Tra questi riteneva dovesse essere incluso anche l’FBI che aveva condotto una campagna di sorveglianza e diffamazione contro il marito quando era ancora in vita, per minare la sua credibilità. In una famosa lettera anonima, infatti, successivamente attribuita ad alcuni agenti dell’FBI, King fu addirittura esplicitamente invitato a suicidarsi per porre fine alle sue battaglie.
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