Il regista romano torna a indagare il delicato rapporto tra genitori e figli, parla di carcere e giustizia riparativa. Il suo ultimo film, Una figlia, è nelle sale dal 24 aprile, con Stefano Accorsi
Nel suo cinema, da oltre vent’anni, Ivano De Matteo pone attenzione alla realtà. «Attraverso una visione quasi documentaristica, mi interessa affrontare tematiche sociali che riguardano la contemporaneità, fotografare i conflitti umani, le dinamiche familiari, il legame tra adulti e nuove generazioni, la complessità dei giovani di oggi», racconta a 50&Più. Nel suo ultimo film, Una figlia, presentato in anteprima al Bif&st (Bari International Film&Tv Festival) – prodotto da Rodeo Drive e Rai Cinema, e nelle sale dal 24 aprile con 01 Distribution – dopo I nostri ragazzi e Mia, il regista romano, 59 anni, è tornato a indagare sul delicato rapporto genitori-figli, parlando anche di percorso carcerario e giustizia riparativa.
Il dramma, che De Matteo ha scritto insieme alla co-sceneggiatrice Valentina Ferlan (sua compagna di vita), è la storia di Pietro, ossia Stefano Accorsi, un padre di mezza età che, con amore e dedizione, sta crescendo da solo – da quando sua moglie è morta – la figlia adolescente Sofia, con il volto di Ginevra Francesconi. Da qualche tempo l’uomo si è rifatto una vita con una nuova compagna, Chiara (Thony), ma la ragazza non sopporta la sua presenza. Una sera, colta da un impeto di rabbia, Sofia commetterà un crimine e Pietro si ritroverà a lottare tra dolore e istinto paterno per trovare il modo di perdonare la figlia per ciò che ha fatto.
De Matteo, Una figlia trae ispirazione liberamente dal romanzo Qualunque cosa accada di Ciro Noja.
Siamo partiti da questo libro per raccontare una storia che parla anche del duro percorso carcerario di una ragazza e di giustizia riparativa. Sofia commette un reato e, oltre a pagare per ciò che ha fatto, deve ricostruire la sua vita. Questo era un tema che volevamo affrontare già dai tempi de I nostri ragazzi, dove ci sono due giovani che commettono un reato. Qui siamo andati oltre, raccontando cosa c’è dopo. Per noi questo è anche un film di sentimenti, che parla di amore e rinascita.
Ciò che accade a Pietro e Sofia potrebbe succedere in qualsiasi famiglia.
Un genitore è portato a pensare che fatti come questi non gli possano mai accadere, in base anche all’educazione che ha dato a un figlio. I nostri insegnamenti, però, arrivano fino a un certo punto, poi c’è l’imponderabile. Possiamo indicare solo la strada su cui camminare, ma nella vita può succedere di tutto. Valentina ed io abbiamo esplorato proprio questa possibilità, in quanto genitori anche nella vita di due ragazzi. Sono degli specchi in cui guardare, e noi scriviamo delle storie quasi per esorcizzarle.
Quando determinate situazioni accadono a noi, cambiano il nostro giudizio e il nostro punto di vista.
In questo caso ancora di più, perché Pietro inizialmente non riesce più a parlare con sua figlia, neanche a guardarla negli occhi, per ciò che ha fatto. Ognuno può avere una reazione diversa. Abbiamo pensato alle dichiarazioni del papà di Erika, del delitto di Novi Ligure, un omicidio davvero efferato. Per l’uomo, nonostante tutto, la figlia era l’unico legame con la sua famiglia.
Per il ruolo di Sofia aveva bisogno di un’attrice che sapesse restituire allo spettatore anche tutta la fragilità del personaggio?
Con il suo viso minuto e tenero, Ginevra era perfetta per interpretare una ragazza che si trova a vivere un inferno. Era importante che lo spettatore provasse a empatizzare con lei. Non volevamo che la odiasse, ma che capisse cosa stesse passando, perché il carcere è comunque un’esperienza traumatizzante. Per il ruolo del padre, invece, ho pensato subito a Stefano. Avevo bisogno di un uomo dall’aspetto buono, che avesse anche dei figli nella vita e capisse il significato di essere un genitore.
Nei suoi film c’è sempre un’aderenza alla realtà.
Mi interessa parlare di ciò che vedo intorno a me, attraverso un cinema quasi documentaristico. Per Una figlia io e Valentina ci siamo rivolti a psicologi, psicoterapeuti, giudici, avvocati e organizzazioni come “Il fiore del deserto”. Anche il percorso carcerario doveva essere vero. Abbiamo girato in alcuni luoghi del carcere minorile di Roma, mentre abbiamo ricostruito le celle delle detenute. Nel film parliamo anche della Map, ossia la ‘messa alla prova’ che consiste nella sospensione del procedimento penale, e della possibilità di un giovane di reinserirsi nella società.
Cosa si aspetta dall’uscita del film?
Mi auguro che possa aprire a un dialogo con il pubblico, soprattutto con le nuove generazioni, come è accaduto anche con Mia. Quel film è stato visto da più di 15mila ragazzi e ancora oggi organizziamo proiezioni con i giovani, anche nelle scuole.
Il cinema, dunque, ha ancora la forza di far riflettere su temi che riguardano il mondo in cui viviamo?
I film possono essere uno strumento di intrattenimento, ma anche di riflessione. Io sono felice di aver ancora oggi la possibilità di fare un certo tipo di cinema. Dopo Una figlia, però, per liberarci dal peso di certi temi, stiamo lavorando a un prossimo film che sarà una commedia amara all’italiana, una critica di costume con toni più leggeri.
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