Rispettivamente nipote e figlio, i due disegnano un ritratto intimo e inedito degli sportivi italiani più famosi al mondo
Quando lo sport diventa leggenda e anche dopo decine di anni si ricordano le gesta dei protagonisti. È un po’ questa la storia di Gino Bartali e Fausto Coppi (in rigoroso ordine alfabetico), avversari leali sulle due ruote e amici nella vita, legati da destini uguali e diversi: ambedue persero, per incidenti in gara, i fratelli minori, Giulio Bartali e Serse Coppi, per ambedue la carriera ciclistica fu interrotta per cinque anni dalla Seconda guerra mondiale. Sport, fede e famiglia i valori del ‘toscanaccio’ Gino, nato nel 1914 e scomparso nel 2000; una vita più movimentata per il ‘Campionissimo’ di Castellania, classe 1919 e scomparso prematuramente nel 1960 per una malaria non diagnosticata. Divisero l’Italia con le loro imprese, al Giro, al Tour, nelle classiche e al Campionato del mondo, alloro di cui solo Coppi riuscì a fregiarsi nel 1953 a Lugano. Ne parliamo con coloro che custodiscono valori e memorie dei due grandi campioni: Gioia Bartali, nipote di nonno Gino, e Faustino Coppi, figlio di Fausto.
Gioia Bartali, come definire il rapporto tra Gino e Fausto?
Un rapporto di grande lealtà e generosità. In gara avversari corretti, nella vita amici veri. Tanto che quando morì Serse Coppi, lo stesso Fausto chiese a lui, che aveva vissuto lo stesso dolore di perdere un fratello, di andare a confortare la mamma. Tutto questo parla di un ciclismo di una volta, un ciclismo epico fatto di tanta umanità tra due leggende.
Faustino Coppi, lei porta il nome di suo papà, col quale purtroppo ha vissuto solo cinque anni. Quali ricordi ha?
Sono ricordi sbiaditi, ma intensi, di un bambino di pochi anni. L’abbraccio che mi dava tornando a casa dalle corse, quando mi insegnò ad andare in bicicletta. Ho tante foto che mi raccontano di lui, incontro tanta gente che mi svela episodi del Coppi campione sulle due ruote.
Gioia, forse il simbolo del rapporto tra i due è il passaggio della borraccia d’acqua al tour de France.
Mio nonno diceva che se lo sport non è solidarietà, non è nulla. Due grandi campioni, due grandi rivali che si aiutano: è questo il vero significato di quel gesto, non tanto stabilire chi ha passato l’acqua a chi.
Coppi, quale degli episodi che le hanno raccontato o che ha avuto modo di vedere sul web la emoziona oggi?
Io non ero ancora nato, ma il Campionato del mondo del 1953 a Lugano è una delle cose più belle che ho visto di mio papà. Mi ricordo che diversi anni dopo venni invitato a una cerimonia nella ricorrenza di quella storica gara ed è stato qualcosa di emozionante che porto nel cuore ancora oggi.
Gioia, si è saputo solo recentemente che durante la guerra suo nonno è riuscito a salvare la vita a tanti ebrei, nascondendo durante gli allenamenti documenti nel telaio della bicicletta. Lo Yad Vashem lo ha nominato “Giusto tra le nazioni”.
Sì, è una cosa di cui lui non si è mai vantato. Da sincero cristiano – era terziario carmelitano -, pur essendo già famoso e con un discreto patrimonio, si mise a disposizione per salvare tanti ebrei, rischiando di persona.
Faustino, come viveva Coppi il rapporto con il rivale e amico Bartali?
In bicicletta erano avversari, non si facevano sconti in gara, ma quando scendevano dalla bici vivevano quel rapporto intenso di chi ha vissuto le stesse difficoltà come può essere una guerra mondiale. Proprio sulle stesse sofferenze, che entrambi hanno vissuto, hanno basato la loro amicizia. È stata una condivisione di valori e di sentimenti.
Gioia, su Bartali, come anche su Coppi, ci sono centinaia di informazioni. C’è qualche episodio non ancora raccontato?
Era in corso il Giro d’Italia del 1940 e un giovane Coppi era gregario nella squadra di mio nonno che era il capitano. A causa di una rovinosa caduta, Bartali rimase indietro nella classifica ma si mise al servizio di Fausto, facendo lui da gregario. E quello fu il primo Giro vinto da Coppi, grazie anche alla generosità di Gino.
Faustino, tra le tante vittorie di suo padre ne ricorda una in particolare?
Ricordo una ‘non vittoria’. Io sono nato nel maggio del 1955, proprio nel periodo in cui si disputa il Giro d’Italia, e so che lui avrebbe voluto dedicarmi e regalarmi la vittoria, ma non ci riuscì, perché arrivò a soli 13 secondi dal vincitore della gara, Fiorenzo Magni.
Qual è in poche parole la nota essenziale del carattere di Gino Bartali, a 25 anni dalla sua scomparsa?
Fare bene e fare del bene, ma in silenzio. Anche nello sport Bartali avrebbe potuto avere tanti vantaggi, ma lui non li ha mai cercati.
“Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Faustino, il giornalista Mario Ferretti iniziò la radiocronaca della salita dello Stelvio in cui Coppi fece il vuoto con queste parole.
Ho avuto modo, durante un Giro, di conoscere Claudio Ferretti, anche lui giornalista come il padre Mario. E proprio ricordando quell’episodio è nata un’amicizia profonda. Anche lui mi ha trasmesso tanti ricordi di mio papà.
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