Caravaggio fu superato nell’arte da una sola cosa: la sua vita. E proprio questa ha attirato l’attenzione e la fantasia di chi lo ha trasportato sulle pagine di libri e romanzi.
Per uno strano scherzo del destino i genitori di Caravaggio si chiamavano Fermo e Lucia, proprio come i protagonisti della prima stesura de I Promessi Sposi di Manzoni. Ma questo non è l’unico collegamento indiretto fra l’artista e lo scrittore. Anche la figura del cardinale Federico Borromeo, personaggio chiave del romanzo ottocentesco, è legata a Caravaggio. Borromeo – vissuto tra il 1564 e il 1631 – non fu solo uomo di chiesa ma anche un grande collezionista: tra le opere che si era procurato c’era anche la famosa Canestra di frutta che il pittore realizzò verso il 1596. Dipinto che, tra l’altro, ancora oggi è nella Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana di Milano, istituzione fondata proprio dal cardinale.
Al di là del sottile filo rosso che unisce Manzoni a Caravaggio, la fama dell’artista ha varcato i confini di gallerie e musei per approdare nella letteratura, diventando soggetto ricorrente in biografie romanzate, saggi critici, poesie. Pasolini, ad esempio, fu così affascinato dalla sua figura da dedicargli un saggio, La luce di Caravaggio, elaborato nel 1974 e dato alle stampe, postumo, un quarto di secolo dopo. “Tutto ciò che io posso sapere intorno al Caravaggio – scriverà Pasolini all’inizio dello stesso saggio – è ciò che ne ha detto Longhi. È vero che il Caravaggio è stato un grande inventore, e quindi un grande realista. Ma che cosa ha inventato il Caravaggio? Nel rispondere a questa domanda che non mi pongo per pura retorica, non posso che attenermi a Roberto Longhi”. Di Longhi, uno dei più grandi storici dell’arte che il nostro paese abbia mai avuto, Pasolini aveva avuto modo di seguire le lezioni tra il 1941 e il 1942 presso l’Università di Bologna. Un incontro che aveva lasciato il segno e che creò sovrapposizione tra le ‘scandalose’ vite di entrambi, tra i giovani dipinti dal Merisi e i ragazzi di vita di Pasolini. Entrambi sempre immersi tra chi era ai margini della società: prostitute, assassini e ladri il primo; poveri, emarginati e gente di borgata il secondo. Impossibile che non scoppiasse la scintilla dell’attrazione.
Un salto indietro nel tempo e scopriamo che l’amicizia con il napoletano Giovan Battista Marino fu per Caravaggio il passepartout per il mondo della poesia. Marino – anche lui vissuto a cavallo tra ’500 e ’600 – fu il più importante esponente della nuova poesia Barocca. Strinse amicizia con moltissimi pittori, ma con il nostro aveva un’affinità elettiva. Perché anche lui era un irrequieto al pari di Caravaggio. Si conobbero al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini. Una frequentazione breve ma intensa, un’amicizia sincera, piena di ammirazione, avvenuta nella Roma di Clemente VIII tra il 1600 e il 1605. ‘Amicissimi’ li definirà lo storico dell’arte Giovan Pietro Bellori (1613-1696). In effetti, nella Galeria – una raccolta di oltre seicento componimenti – troviamo un sonetto in lode di un ritratto che Caravaggio fece a Marino e un madrigale che celebra il famoso tondo con la testa di Medusa, oggi agli Uffizi. Il pittore viene ricordato anche nel poemetto Il Tempio e poi nell’Adone. In quest’ultimo gli dedica ben quattro versi, molto più delle rapide menzioni riservate agli altri pittori. Dopo la scomparsa dell’amico Marino, scriverà lo struggente In morte di Michelagnolo da Caravaggio.
La reputazione di “bad boy” di fine Rinascimento, di artista ribelle e provocatore, ha di certo aggiunto fascino alla figura di Caravaggio (a cui è stato dedicato un numero infinito di monografie e studi). La sua personalità dai tratti chiaro scuri, come la tecnica che usava, ha ispirato – tra gli altri – Peter Robb, autore di M. L’enigma Caravaggio, biografia che si legge come un romanzo ma che non si può proprio definire una biografia tradizionale. Semmai un tentativo di svelare parte dell’enigma che si nasconde dietro la morte del pittore. Anche Ruggero Cappuccio, nel suo testo teatrale Le ultime sette parole di Caravaggio, rievoca e reinventa la morte del pittore in un’atmosfera delirante e poetica. Ambientato nel luglio 1610, il pittore appare su una spiaggia desolata con il servo Tropea. Ogni dialogo sembra uno scambio tra Don Chisciotte e Sancho Panza. A cercarlo per ucciderlo sono le ‘femminote’, un gruppo di zingare provenienti dal Sud Italia, pagate per avvelenarlo.
Un biglietto, un casale sperso nella campagna e un misterioso diario autografo. Sono questi, invece, gli elementi principali de Il colore del sole, giallo scritto da Andrea Camilleri sull’ultima parte della vita del pittore. Il papà del Commissario Montalbano abbandona per un momento le strade, le storie e i personaggi di Vigata per scrivere un giallo in cui è proprio lui – l’autore – il protagonista. La trama: Camilleri è a Siracusa per assistere a uno spettacolo nell’antico teatro greco quando qualcuno gli infila in tasca un biglietto con un numero di telefono. Dovrà contattarlo da una cabina pubblica. Impossibile non indagare. Tra misteri sempre più fitti e inquietanti lo scrittore si ritroverà fra le mani il diario di Caravaggio del periodo trascorso a Malta e in Sicilia, nell’estate del 1607. Tra le pagine l’ossessione dell’artista per il “sole nero”, simbolo della sua condizione di vita e della sua poetica.
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