L’Europa corre verso il declino demografico. Italia, Spagna e Grecia sono tra i paesi più a rischio con meno lavoratori e più over 65 entro il 2050
Il declino demografico si fa sentire in Europa. A partire dal 2026 – come evidenzia il think tank Bruegel – l’UE affronterà una fase di calo demografico con significative ripercussioni socioeconomiche. Entro il 2050, 22 stati membri su 27 vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa e un raddoppio degli over 85, mettendo sotto pressione i sistemi di welfare. Il declino demografico non sarà però uniforme: i Paesi dell’Est e del Sud Europa saranno i più colpiti. Al contrario, il Nord e l’Ovest potrebbero mitigare l’impatto grazie a una maggiore capacità attrattiva migratoria. Italia, Spagna e Grecia rappresentano un’area critica, con una prevista diminuzione del 20% degli under 65 e un aumento del 40% degli over 65 entro il 2050. Rendendo difficile sostenere pensioni e settori come sanità e agricoltura, aggravato dalla bassa occupazione giovanile.
Il triangolo demografico della crisi: Italia, Spagna e Grecia
Se esiste un’area del continente europeo dove il futuro demografico desta preoccupazioni particolarmente intense, questa è senza dubbio il Sud. Italia, Spagna e Grecia emergono come i tre Paesi più severamente colpiti dalla prevista contrazione della popolazione in età lavorativa. Le proiezioni di Bruegel indicano che, entro il 2050, la fascia di popolazione al di sotto dei 65 anni subirà una diminuzione di circa il 20% in questi tre Paesi. Allo stesso tempo, la quota di cittadini con più di 65 anni è destinata a crescere di un significativo 40%.
La bassa occupazione giovanile, un problema italiano
Questo combinato disposto di una forza lavoro in calo e di una popolazione anziana in aumento pone sfide enormi alla sostenibilità dei sistemi pensionistici, già sotto pressione in molti di questi Paesi. Inoltre, la diminuzione della popolazione in età lavorativa renderà sempre più difficile reperire lavoratori per settori cruciali dell’economia, come l’assistenza sanitaria e l’agricoltura, che già oggi faticano a trovare personale qualificato. Un elemento critico, messo in luce da Bruegel, è il persistente problema della bassa occupazione giovanile in questi tre Paesi. Nonostante una lieve riduzione del numero di NEET, il tasso di occupazione nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni in Italia, Spagna e Grecia rimane tra i più bassi dell’intera Unione Europea.
L’Est Europa si svuota: la doppia emorragia demografica
Se nel Sud Europa la principale criticità è rappresentata dalla scarsa occupazione giovanile, nei Paesi dell’Est del continente il dramma demografico assume una forma diversa: la massiccia “fuga dei giovani”. Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una duplice emorragia demografica. Da un lato, si registra un calo vertiginoso dei tassi di natalità. Dall’altro lato, migliaia di giovani lasciano ogni anno i paesi d’origine in cerca di migliori opportunità di lavoro, di formazione e di vita. Principalmente in Germania e nei Paesi nordici. Secondo il rapporto di Bruegel, l’Est Europa è destinata a perdere una media di 3,2 persone ogni mille abitanti all’anno fino al 2050. A questo saldo naturale negativo si aggiunge un saldo migratorio negativo ancora più marcato, che aggrava ulteriormente la situazione demografica complessiva.
Il Nord e l’Ovest: l’immigrazione come fattore di equilibrio
I paesi del Nord e dell’Ovest Europa hanno una carta in più: la loro maggiore capacità di attrarre flussi migratori consistenti. Germania, Francia, Svezia e Paesi Bassi sono riusciti, almeno in parte, a compensare il calo dei tassi di natalità con un saldo migratorio positivo. L’arrivo di immigrati, spesso giovani in età lavorativa, ha permesso di mantenere un equilibrio demografico più stabile rispetto alle altre regioni europee. Tuttavia, il think tank Bruegel mette in guardia: sebbene l’immigrazione sia una risorsa preziosa per contrastare il declino demografico, non deve essere l’unica risposta al problema. L’integrazione dei nuovi arrivati, se non gestita in modo adeguato e lungimirante, può portare a tensioni sociali, a squilibri nella coesione sociale.
Una sfida comune per il ‘Vecchio Continente’
Bruegel sottolinea che le politiche demografiche devono essere differenziate in base alle esigenze e alle dinamiche demografiche di ciascun paese. Nell’Est Europa, ad esempio, la priorità dovrebbe essere quella di trattenere i giovani talenti. Nel Sud, invece, sono necessarie misure incisive per favorire l’occupazione giovanile e per sostenere la natalità. Infine, nel Nord e nell’Ovest, l’attenzione dovrebbe concentrarsi sull’investimento nell’integrazione degli immigrati e sull’incentivazione dell’innovazione tecnologica. Tuttavia, accanto a queste politiche nazionali, serve un piano d’azione generale. Questo dovrebbe armonizzare gli incentivi fiscali per le famiglie, migliorare le infrastrutture regionali per ridurre i divari territoriali e rendere più efficace la gestione dei flussi migratori.
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