Il leader della seconda band più longeva al mondo, dopo i Rolling Stones, racconta aneddoti, dietro le quinte e ricordi in un nuovo libro, corredato da due cd inediti
«È un libro e un doppio cd, che narra episodi della mia vita e di quella dei Nomadi senza seguire un ordine cronologico», ci dice Beppe Carletti, fondatore e tastierista della band emiliana, attiva ininterrottamente dal 1963. «Si intitola Soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto Dio e parla di incontri con amici, ricordi, aneddoti anche già noti, ma scritti in maniera rapida e immediata, in una pagina e mezzo ciascuno. Rispetto ai miei libri precedenti propongo momenti diversi, come la realizzazione dell’album live con Guccini o la seconda vita di Io vagabondo grazie a Fiorello, dopo 15 anni che non la suonavamo più, e anche quelli già noti, come il mio disco con lo pseudonimo Capitan Nemo o l’incontro tra me e Augusto. Sono raccontati in un modo nuovo, molto scorrevole, bello.
In più c’è il doppio cd, che è la prosecuzione dei miei due album solo strumentali. Non ci sono canzoni, è la musica di alcuni cortometraggi di amici, tra cui uno dedicato a Garibaldi, e del film La Rugiada di san Giovanni. Non fa guadagnare nulla ma dà soddisfazione, fin dal momento in cui mi è stato chiesto di scriverla».
Carletti e la sua band, a 62 anni dal debutto nelle balere dell’Emilia e della riviera romagnola, continuano a fare 80/90 concerti l’anno in giro per l’Italia, stanno per cambiare casa discografica e preparano nuova musica, collaborando con giovani musicisti, che sono un po’ la loro linfa vitale.
Ci arrivano molti brani al giorno, e li ascoltiamo tutti. Li rispettiamo, ma facciamo solo quello che ci va, che piace soprattutto a chi canta, che deve essere convinto di quello che dice. Non saremmo più qua se non lo fosse. Io faccio una preselezione, perché mi ricordo più o meno le circa 400 canzoni che abbiamo inciso e non vogliamo ripeterci: se trattiamo lo stesso argomento lo dobbiamo fare in modo pulito e nuovo. Collaboriamo sempre con i ragazzi che ci mandano brani. Possiamo prendere un ritornello, una frase, mezza canzone, quello che loro è loro, quello che è nostro è nostro, si divide equamente. Non diciamo mai “la facciamo ma date tutti i diritti a noi, assolutamente no”. Solo così possono crescere.
Però avete avuto una crisi a metà degli anni Ottanta.
C’era la disco music che imperversava e noi non potevamo metterci a seguirla, ci saremmo dovuti rimangiare tutto quello che avevamo fatto fino a quel momento. Poi ci strapparono il contratto perché avevamo fatto Dio è morto e le case per un po’ di tempo non ci vollero più. Finché non si accorsero che continuavamo a fare concerti: “Però attirate ancora gente”, ci disse un discografico quasi scherzando, “non è che avete un disco pronto?”, “Ma certo!” rispondemmo e uscirono Solo Nomadi nel 1990 e l’anno dopo Gente come noi, che fu un grande successo, con Gli aironi neri, Ma che film la vita, Ma noi no!, Uno come noi, Ricordati di Chico. La nostra è stata sempre una magnifica avventura, che auguro veramente a tanti. In particolare ai giovani musicisti, perché non devono abbattersi quando le cose non vanno. Dico sempre “ragazzi, voi dovete suonare perché amate la musica, non per fare successo; se il successo viene bene, se no vi siete divertiti”. Agli inizi, con Augusto non pensavamo neppure di fare dei dischi, suonavamo nelle balere e ci piaceva. Mia mamma mi diceva in dialetto “vai avanti così e farai la fame del suonatore”.
In molti dicono che, con l’avanzare dell’età, sogni, desideri, possibilità si riducono di dimensione e di valore. Lei ha quasi 80 anni, eppure continua a suonare, a comporre, a scrivere memorie. Qual è il suo trucco?
Nessun trucco, lo faccio perché mi piace, mi diverto. Nonostante siano 63 anni che faccio il ‘nomade’ non ho affatto voglia di smettere, perché salire sul palco è la cosa più bella che ci sia al mondo. Alla mia età mi diverto ancora a vedere la gente che viene ai concerti, che è tanta e non è fatta solo di nostalgici. Vengono anche loro certo, ma spesso si portano dietro i figli e i nipoti. C’è anche gente nuova che ci scopre. È un passaparola quello dei Nomadi, dato che le radio non ci trasmettono. Facciamo le feste popolari, le saghe meravigliose che si tengono al Sud, non c’è niente di meglio che andare incontro alla gente. Fanno crescere ancora noi come musicisti e farebbero bene a tanti ragazzi giovani.
A una certa età, come diceva un brano di Renato Zero, ci si sente spesso con le “spalle al muro”, malgrado si abbiano ancora energie, idee, desideri. Cosa suggerirebbe a chi si sente così?
Renato è veramente un grande, sa cogliere la vita della gente. Io ho un solo suggerimento per queste persone: non devono fermarsi mai. È come per gli attori di teatro che recitano ancora a più di 80 anni. Il profumo del palcoscenico è una cosa incredibile, non puoi paragonarlo a nient’altro. E ognuno deve attivarsi per trovare il proprio palco, lottare e impegnarsi partendo dalle piccole cose. Per me è la musica che mi fa vivere. E fa vivere chi l’ascolta. È una forma d’arte unica.
Intanto, l’eterno tour dei Nomadi continua anche in questo mese di aprile, con le date di Argenta (FE) il 9, San Benedetto del Tronto (AP) il 12 e Legnano (MI) il 19.
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