Il robot venuto dallo spazio compie mezzo secolo. Un mito che resiste al tempo tra nostalgia e nuove celebrazioni
Era il 4 aprile 1978 quando per la prima volta, sui teleschermi italiani, faceva la sua comparsa un gigantesco robot pilotato da un giovane principe alieno. Nessuno poteva immaginarlo, ma quel momento avrebbe cambiato per sempre la cultura popolare del nostro paese. Perché Goldrake non era solo un cartone animato: era una rivoluzione, una ventata di novità che travolgeva il panorama televisivo italiano con la forza di un’alabarda spaziale.
Creato nel 1975 dal visionario autore giapponese Go Nagai per la Toei Animation, UFO Robot Grendizer (questo il titolo originale) narrava le vicende del principe Actarus, costretto a lasciare il suo pianeta morente, Fleed, per combattere sulla Terra contro gli invasori arrivati dal pianeta Vega; una storia che conquistò da subito il pubblico nipponico. Ma fu l’arrivo in Italia, tre anni dopo, a trasformare Goldrake in un fenomeno di massa, grazie all’intuizione dell’editore Arnoldo Mondadori che, acquistati i diritti, lo propose alla Rai. La serie debuttò all’interno della trasmissione Buonasera con… Atlas Ufo Robot, ottenendo un successo clamoroso e inaspettato.
Per la prima volta, un cartone animato giapponese conquistava il pubblico italiano con la sua estetica nipponica e temi adulti come la guerra, l’ecologia, il sacrificio e la pace. Perché Actarus era un guerriero che odiava la guerra. Combatteva solo perché costretto, sempre riluttante a infliggere sofferenza persino ai suoi nemici. In molti episodi tentava prima la via del dialogo, ricorrendo alla forza solo come estrema risorsa.
E poi, c’era quella musica. La prima sigla di Ufo Robot, composta da Vince Tempera con i testi di Luigi Albertelli, “Si trasforma in un razzo missile, con circuiti di mille valvole…”, cantata a squarciagola da milioni di bambini con la sua melodia incalzante e il testo evocativo, divenne un vero e proprio tormentone, vendendo oltre un milione di copie. Le sonorità erano quelle ispirate alla disco music americana, con un tocco futuristico, ma erano così innovative da spingere i disc jockey dell’epoca a usarle addirittura nelle discoteche. E i testi, surreali e poetici, parlavano di libri di cibernetica, insalate di matematica e viaggi su Marte, mescolando fantasia e scienza in modo irresistibile.
Con la seconda sigla (oltre settecentomila copie vendute), Goldrake entrò definitivamente nell’immaginario collettivo, diventando la colonna sonora di un’intera generazione. Da lì in poi, in Italia scoppiò una vera e propria “Goldrakemania”.
I cortili si trasformarono in campi di battaglia dove i bambini mimavano il lancio di missili fotonici con ramoscelli raccolti da terra, combattendo con “pugni rotanti”, mitiche “alabarde spaziali” (sempre di legno) e “magli perforanti” contro gli invasori venuti da Vega. Naturalmente, sempre scandendo prima a pieni polmoni il nome dell’arma che veniva utilizzata.
A carnevale, era impossibile non imbattersi in decine di piccoli Actarus con mantelli di fortuna e caschi improvvisati. E se i compleanni erano tematizzati con tovaglie, piatti e candeline raffiguranti il mitico robot, a scuola zaini, cartelle, astucci e persino le copertine dei quaderni ostentavano l’immagine di Goldrake in battaglia. Le collezioni di figurine Panini dedicate al cartone diventarono oggetto di scambio frenetico durante le ricreazioni, mentre i modellini del robot, con tanto di astronave Spazer estraibile, rappresentavano il regalo più ambito sotto l’albero di Natale.
I più fortunati potevano addirittura sfoggiare orologi con il quadrante raffigurante Actarus o magliette ufficiali che, indossate sotto il grembiule di scuola, davano un senso di segreta appartenenza al gruppo dei difensori della Terra.
Eppure, a mezzo secolo dal suo debutto, Goldrake continua a essere un’icona intramontabile. Anche perché, a ben guardare, la nostalgia per il “Dragone d’Oro” (Gold-Drake) non è solo il rimpianto per l’infanzia perduta. È il ricordo di un’epoca in cui la fantascienza raccontava le ansie del presente, travestendole da invasioni aliene. Gli Anni ’70, con la crisi energetica e la Guerra Fredda, trovavano eco nelle trame del cartone animato, dove i Veghiani miravano alle risorse terrestri con la loro tecnologia distruttiva. Era un modo per elaborare paure collettive, ma anche per immaginare un futuro in cui la tecnologia potesse essere usata solo a fin di bene.
In occasione dell’anniversario, la Warner Music Italia ha reso disponibile la ristampa in vinile azzurro ghiaccio delle celebri sigle, con audio completamente rimasterizzato: una limited edition che riproduce fedelmente il vinile del 1978, poster incluso. Anche la Rai ha deciso di celebrare il robot più amato d’Italia trasmettendo la serie originale restaurata: tutti i 74 episodi tornano in Tv per la gioia dei vecchi e nuovi spettatori che vogliono rivivere un’epoca straordinaria.
Quei bambini degli Anni ’70, oggi adulti, ricordano quel gigantesco robot dalle corna dorate come un compagno di avventure che ha insegnato loro a sognare in grande. Oggi, sono cresciuti, ci sono le famiglie, il lavoro e vere responsabilità ma, cinquant’anni dopo, il mito di Goldrake resiste, dimostrando che alcune storie non invecchiano mai.
Perché, in fondo, tutti abbiamo bisogno di credere che, da qualche parte tra le stelle, esista ancora un robot con un cuore umano, pronto a difenderci dal male.
© Riproduzione riservata